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Sconfiggere il razzismo con Jackie Robinson

42 – La vera storia di una leggenda americana

LIBRI E FILM. Sarà che lo abbiamo visto nel pieno della polemica relativa ai commenti inopportuni in materia di colore della pelle di Carlotta Ferlito e della pagina Facebook della Federazione Italiana di Ginnastica, ma il film “42 – La vera storia di una leggenda americana“, mai arrivato nelle sale italiane, trasmesso qualche settimana fa da Mediaset Premium e disponibile su iTunes è stato sufficiente a delineare un quadro, a comprendere come dall’altra parte dell’Atlantico la sensibilità alla discriminazione razziale sia, giustamente, molto alta. Il film narra la storia del leggendario Jack Robinson, 42 era il suo numero di maglia poi ritirato in suo onore da tutte le squadre della MLB, e del coraggioso presidente e general manager dei Brooklyn Dodgers, Branch Rickey. Attraverso le ottime intepretazioni di Chadwick Boseman e Harrison Ford si ripercorrono le vicende che portarono, dopo alcuni tentativi della fine del XIX secolo, all’ingresso nel baseball professionistico di massimo livello del primo atleta afroamericano, superando decenni nei quali il ghetto sportivo era rappresentato dalle Negro leagues.

Branch Rickey sceglie Robinson come il più promettente dei giocatori visionati e lo contatta per verificare se sia disponibile a firmare un contratto e giocare inizialmente per i Montreal Royals, squadra affiliata ai Dodgers militante nella International League. Rickey mette subito in chiaro che una scelta simile avrebbe esposto Robinson a insulti durante ogni partita e si accerta, con le buone e con le cattive, che il giocatore sia abbastanza forte da sopportare le ingiurie e a reagire senza pregiudicare le sue prestazioni. Robinson esordisce nella MLB il 15 aprile 1947 al Ebbets Field di Brooklyn davanti a oltre 23.000 spettatori. La convivenza con i compagni di squadra non è semplice e all’inizio ci sono delle tensioni razziali all’interno dello spogliatoio dei Dodgers: alcuni giocatori arrivano a preparare una petizione per il suo allontanamento rifiutandosi di giocare al suo fianco. La contestazione interna viene placata quando i vertici della società presero posizione in favore di Robinson che però diviene il bersaglio di continui insulti razziali sia da parte dei tifosi che degli avversari. L’episodio più grave si verifica durante una partita contro i Philadelphia Phillies quando il tecnico avversario dopo averlo chiamato negro gli urla di “tornare nei campi di cotone”. Robinson diventa anche il bersaglio del gioco duro di molti avversari ma lentamento il fronte si apre, alcuni giocatori iniziano a schierarsi al suo fianco: Pee Wee Reese, suo compagno di squadra, per rispondere agli insulti lanciati dai tifosi all’indirizzo di Robinson prima di una partita a Cincinnati, mette il braccio sulle spalle del suo compagno di squadra.

Un film da far vedere e rivedere, da mostrare alle giovani generazioni che snobbano la piaga del razzismo, a chi pensa che “negro” sia solo una parola come tante.

 

Massimo Brignolo

Manager di una multinazionale, da quasi 50 anni guardo allo sport con gli occhi sognanti dell'eterno ragazzo. Negli ultimi anni, fulminato dall'aria olimpica respirata nella mia Torino, ho narrato lo sport a cinque cerchi, quello che raramente trova spazio nei media tradizionali. Non disdegno divagazioni nel calcio, mettendo da parte l'anima tifosa, che può ancora regalare storie eccezionali da narrare a modo mio.

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